La nuova escalation del confronto tra Usa e Iran scatena il nuovo rialzo del prezzo del greggio
Si preannuncia un inverno difficile ma mercati non entrano nel panico
Ieri unica giornata di forte correzione

Torna a farsi tesa la situazione nel Golfo tra Iran e Usa e, come prevedibile, il prezzo del greggio si infiamma nuovamente e punta al ritorno a 100 $ al barile.
Questa volta però i mercati, a differenza di quello che era successo l’inverno scorso, non si lasciano sorprendere e, a parte la chiusura fortemente negativa di ieri, sembrano non avere intenzione per ora di volgersi al ribasso.
La ripresa dei combattimenti in Iran ha spinto il Brent oltre 95 dollari al barile, ai massimi delle ultime sei settimane, ma azioni e obbligazioni hanno reagito con moderazione all'aumento del petrolio, diversamente dalle forti vendite registrate all'inizio del conflitto.
Gli investitori che guidano il mercato guardano oltre la crisi e i mercati ritengono che l'attuale impennata del petrolio sia temporanea e comunque non tale da compromettere la crescita economica globale.
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Molti investitori inoltre continuano a prevedere che il conflitto tra Stati Uniti e Iran possa concludersi attraverso negoziati diplomatici e non sia destinato a un'escalation di rilievo.
Il ruolo del "TACO trade": i mercati confidano che Trump eviti un'escalation prolungata, sostenendo la fiducia degli investitori nonostante le tensioni geopolitiche.
Il mercato azionario oggi rileva comunque che dall'inizio di luglio il prezzo del greggio è aumentato di circa il 30%, alimentato dai timori sull'offerta globale, ma gli investitori sembrano attribuire minore importanza ai rischi legati allo Stretto di Hormuz rispetto ai mesi precedenti.
UBS tuttavia avverte che un'ulteriore impennata del prezzo del petrolio potrebbe comunque rappresentare una minaccia significativa per i mercati finanziari.
Finora il rincaro del petrolio non ha provocato un'accelerazione significativa dell'inflazione nelle principali economie occidentali e gli analisti ritengono che l'aumento del greggio sia destinato a rientrare e non richieda interventi immediati delle banche centrali.
Tuttavia alcune opinioni avvertono che l'impatto dei rincari energetici potrebbe emergere solo nei prossimi mesi, aumentando l'inflazione.
Le banche centrali restano prudenti: Fed e Bank of England non hanno ancora reagito allo shock petrolifero, mentre la BCE ha effettuato un lieve rialzo dei tassi. I mercati attribuiscono però una probabilità del 70% a un aumento dei tassi statunitensi di almeno 25 punti base.
Le riserve globali di greggio si sono purtroppo ridotte sensibilmente, aumentando il rischio che eventuali interruzioni dell'offerta abbiano effetti maggiori, ma l'attenzione degli investitori resta focalizzata sulla solidità degli utili societari e sulla crescita trainata dall'intelligenza artificiale.
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